​Buoni spesa, discriminatorio negarli agli stranieri non in regola con il permesso di soggiorno

Per il Tribunale di Roma, anche i cittadini extra UE irregolarmente presenti hanno diritto a percepire il sussidio del Comune




 Hanno diritto a percepire i buoni spesa erogati dal Comune di Roma anche i cittadini extra UE irregolarmente soggiornanti, in quanto il diritto all'alimentazione rientra nel "nucleo irriducibile" di diritti fondamentali della persona umana, che deve essere riconosciuto anche agli stranieri, qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l'ingresso ed il soggiorno nello Stato.

Lo ha stabilito dal Tribunale Civile di Roma, con un decreto adottato il via d'urgenza il  22 aprile scorso.


La vicenda


Il 29 marzo 2020, con l'Ordinanza della Protezione Civile n. 658/2020,   è stato assegnato ai Comuni un contributo complessivo pari a 400 milioni di euro per interventi di solidarietà alimentare. L'ordinanza ha ripartito le risorse tra i Comuni, ma non ha previsto disposizioni su criteri e modalità di erogazione delle misure, rimandando ai singoli Comuni la definizione degli stessi, così da  soddisfare immediatamente le necessità dei propri cittadini in  maggior stato di bisogno.

Il Comune di Roma, regolando i criteri e le modalità per la concessione dei buoni spesa ha individuato come destinatari del contributo economico "le persone e le famiglie in condizione di assoluto e/o momentaneo disagio, privi della possibilità di approvvigionarsi dei generi di prima necessità. La platea dei beneficiari ed il relativo contributo sarà individuata tra i nuclei familiari più esposti agli effetti economici derivanti dall'emergenza epidemiologica da virus Covid-19 e tra quelli in stato di bisogno, per soddisfare le necessità più urgenti ed essenziali con priorità per quelli non già assegnatari di sostegno pubblico. Possono beneficiare del contributo anche i cittadini non residenti impossibilitati a raggiungere il proprio luogo di residenza."

La residenza nel territorio comunale, ovvero l'impossibilità per i non residenti a raggiungere il proprio luogo di residenza, rientra tra i requisiti per usufruire del buono spesa, da cui resterebbero quindi esclusi i cittadini extracomunitari irregolarmente presenti, in quanto del tutto privi di iscrizione anagrafica.

Da qui il ricorso presentato da un cittadino filippino, in condizioni di assoluto disagio economico, ma irregolarmente presente sul territorio comunale con il proprio nucleo familiare.


La decisione

Il Tribunale, con un decreto  non ancora definitivo, ha riconosciuto le ragioni del ricorrente. Il buono spesa, si legge nella decisione, è stato istituito nell'emergenza sanitaria in atto per garantire alle persone più vulnerabili la possibilità di soddisfare un bisogno primario e un diritto fondamentale quale il diritto all'alimentazione. La situazione venutasi a creare nel nostro paese, con la chiusura di molteplici attività e le limitazioni alla libertà di spostamento, ha aggravato la vulnerabilità di persona che vivevano in condizioni già precarie, in particolare di coloro che svolgevano attività lavorativa senza un regolare contratto, quindi senza diritti e garanzie, che si trovano ora nell'impossibilità oggettiva di reperire i mezzi necessari alla soddisfazione di un bisogno vitale, quale l'alimentazione

Il diritto all'alimentazione, ricorda il giudice, rientra nell'alveo dei diritti fondamentali sanciti dall'art. 2 della Costituzione secondo cui "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale".

Come più volte riconosciuto dalla Corte Costituzionale, lo straniero (anche irregolarmente soggiornante) gode di tutti i diritti fondamentali della persona umana  e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati non può risultare scalfito il carattere universale dei diritti stessi (Corte cost., sent. n. 161 del 2000; cfr. anche sent. n. 148 del 2008).

I diritti inviolabili, ricorda ancora il giudice, spettano ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani e la condizione giuridica dello straniero non deve essere considerata come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi. Il principio costituzionale di uguaglianza non tollera, infatti, discriminazioni fra la posizione del cittadino e quella dello straniero quando venga riferito al godimento dei diritti inviolabili dell'uomo.

Nel provvedimento si richiama anche la recentissima sentenza della Corte Costituzionale n. 44/2020 ove la Corte ha ritenuto l'irragionevolezza del requisito della residenza ultraquinquennale previsto da una norma regionale come condizione di accesso al beneficio dell'alloggio ERP". In tale occasione, la Corte ha sottolineato  come alla semplice presenza sul territorio dello stato consegue il riconoscimento di un novero di prestazioni strettamente connesse alla tutela della vita umana.

Nel caso di specie - conclude il giudice - non si discute dell'accesso a prestazioni assistenziali "ordinarie", ma dell'accesso ad una misura emergenziale tesa a fronteggiare le difficoltà dei soggetti più vulnerabili a soddisfare i propri bisogni primari a causa della situazione eccezionale determinata dall'emergenza sanitaria in atto. Si tratta del diritto all'alimentazione che costituisce il presupposto per poter condurre un'esistenza minimamente dignitosa e la base dello stesso diritto alla vita e alla salute. Non vi è dubbio, quindi, che si tratta di quel nucleo insopprimibile di diritti fondamentali che spettano necessariamente a tutte le persone in quanto tali.

 

Il decreto del 22 aprile 2020

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(22 Aprile 2020)