Comunità accoglienti: uscire dalla paura

La lettera della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI alle comunità cristiane a 25 anni dal documento "Ero forestiero e mi avete ospitato"


 

Il testo della lettera


 

Venticinque anni fa, la Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI pubblicava il documento "Ero forestiero e mi avete ospitato", interpretando e accompagnando il fenomeno dell'immigrazione nei suoi inizi e sviluppi in Italia "con gli occhi della fede".

A venticinque anni di distanza la Cei avverte  la necessità, di condividere una riflessione sul tema dell'immigrazione alla luce del profondo cambiamento che in questi anni ha segnato il fenomeno migratorio nel nostro Paese.

Nel 1993 gli immigrati regolari in Italia non raggiungevano il milione: l'immigrazione era un fenomeno "nuovo" ed emergente, di cui non si riusciva ancora a cogliere le dimensioni e le prospettive.

Oggi gli stranieri in Italia sono quintuplicati, anche se negli ultimi anni l'incremento si è fermato ed è in crescita solo il numero dei richiedenti asilo. A fronte di 5 milioni di immigrati in Italia, 5 milioni di italiani sono però oggi emigranti nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita dignitosa.

I Vescovi italiani  ricordano che il fenomeno migratorio è «senza dubbio una delle più grandi sfide educative» dei nostri tempi,  di fronte al quale  non ci sono risposte prefabbricate, ma occorre affrontarlo con realismo e intelligenza, riconoscendo che esistono dei limiti nell'accoglienza. "Al di là di quelli dettati dall'egoismo, dall'individualismo di chi si rinchiude nel proprio benessere, da una economia e da una politica che non riconosce la persona nella sua integralità" – si legge nella lettera - esistono limiti imposti da una reale possibilità di offrire condizioni abitative, di lavoro e di vita dignitose".

Fondamentale, per la Chiesa è «l'opera educativa che deve  aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione. Particolare attenzione va riservata al numero crescente di minori, nati in Italia, figli di stranieri».

"Vogliamo ricordare inoltre – si legge nel documento - che il primo diritto è quello di non dover essere costretti a lasciare la propria terra. Per questo appare ancora più urgente impegnarsi anche nei Paesi di origine dei migranti, per porre rimedio ad alcuni dei fattori che ne motivano la partenza e per ridurre la forte disuguaglianza economica e sociale oggi esistente".

Le migrazioni vanno lette come "segno dei tempi"  - ribadiscono i Vescovi – con  uno sguardo capace di andare oltre letture superficiali o di comodo, uno sguardo che vada "più lontano" e cerchi di individuare il perché del fenomeno. Prima ancora di "aprire" o "chiudere" gli occhi davanti allo straniero è necessario interrogarsi sulle cause che lo muovono, anche se – e forse proprio perché – oggi appare più difficile che mai riuscire a distinguere quanti fuggono da guerre e persecuzioni da quanti sono mossi dalla fame o dai cambiamenti climatici.

"Occorre avere uno sguardo diverso di fronte a coloro che bussano alle nostre porte, che inizia da un linguaggio che non giudica e discrimina prima ancora di incontrare. I termini stessi che spesso ancora utilizziamo per parlare di immigrati (clandestini, extracomunitari…) portano in sé una matrice denigratoria Se noi siamo parte di una comunità, essi ne sono esclusi".

Il documento invita a passare dalla paura di chi è diverso da noi, all'incontro, dall'incontro alla relazione, dalla relazione all'interazione e all'integrazione. "L'integrazione – si legge - è un processo che non assimila, non omologa, ma riconosce e valorizza le differenze; che ha come obiettivo la formazione di società plurali in cui vi è riconoscimento dei diritti, in cui è permessa la partecipazione attiva di tutti alla vita economica, produttiva, sociale, culturale e politica, avviando processi di cittadinanza e non soltanto di mera ospitalità".

«In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa  è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative (…), ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno, secondo le responsabilità proprie» L'opera della Chiesa – conclude il documento -  nel campo della mobilità umana non può che essere sussidiaria all'azione dello Stato e delle istituzioni internazionali.


Fonte: CEI

16 maggio 2018