Odio online, il Rapporto Finale del gruppo di lavoro

Definizioni, fenomenologia, esempi internazionali e raccomandazioni

Cos’è l’odio online e come combatterlo? Sono le domande alle quali ha cercato di rispondere un gruppo di lavoro formato da rappresentanti della pubblica amministrazione ed esperti istituito dalla Ministra per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, anche prendendo in considerazione la letteratura esistente, le esperienze di altri Paesi, le prospettive europee e i contributi raccolti con una consultazione pubblica.  

Il Rapporto Finale sull’ Odio online, pubblicato qualche giorno fa, premette che non esistono ricette magiche, anche perché su questa materia ci sono "diritti in tensione tra loro", ma da bilanciare, come le libertà di espressione, coscienza, pensiero, religione ed espressione, la libertà di mercato, il diritto alla privacy e quello di essere difesi dalle violenze.  Cerca quindi di definire l’odio online, anche in base alle differenze da quello offline e ammettendo che si tratta di “esperienze soggettive e dunque non standardizzabili” e che anche per questo il suo trattamento concettuale ricade nell’attività della magistratura.  

La fenomenologia dell’odio è complessa, va dallo "strumento di consenso a favore di particolari gruppi di potere” alla "conseguenza di un conflitto sociale teso alla lotta contro le ingiustizie”, oppure può essere “un fatto individuale collegato a particolari condizioni educative, psicologiche, antropologiche, familiari”. I media digitali sono, però, "strumenti potenti e possono essere trasformativi anche per i fenomeni di odio. Non solo perché i media che tutti possono usare per esprimersi liberano e talvolta amplificano la voce di ciascuno senza le intermediazioni tradizionali, ma anche perché gli algoritmi e le interfacce influenzano l’esposizione, la selezione e la diffusione dell’informazione, diventando veri e propri filtri cognitivi alla percezione della realtà”. 

Finora, per contrastare l’odio online i Paesi europei si sono mossi in ordine sparso. La normativa molto dura introdotta nel 2018 in Germania è ancora in fase di rodaggio, quella altrettanto repressiva della Francia è finita sotto la scure della Corte Costituzionale, mentre Polonia, Spagna, Austria e Paesi del Nord Europa tendono più a governare e mitigare che a reprimere. Ora si guarda, però, alla proposta presentata lo scorso dicembre dalla Commissione Europea per un “Regolamento del mercato unico dei servizi digitali”, che tra le altre cose mira a “stabilire regole uniformi per un ambiente online sicuro, certo e affidabile, dove i diritti fondamentali sanciti dalla Carta siano effettivamente protetti”. 

“Per trovare soluzioni capaci di rispettare tutti i diritti umani, in un equilibrio che sui social network è apparso spesso messo in discussione, occorrono interventi che coinvolgano le persone, le famiglie, le scuole, le associazioni, le università e i centri di ricerca, le aziende, i media, i partiti, le istituzioni”, scrive il gruppo di lavoro, introducendo una serie di raccomandazioni articolate su tre livelli (tutti ampliamente dettagliati nel Rapporto):  

"A. Azioni di prevenzione, con obiettivi di lungo termine, centrate sull’educazione civica e digitale, la cultura giuridica, la ricerca, l’informazione, la comunicazione;  

B. Innovazione normativa capace di costruire un quadro giuridico adeguato all’ambiente digitale sia per le aziende private che per i cittadini che fruiscono dei servizi digitali. Un quadro nel quale, con metodo aperto, inclusivo e basato sull’evidenza siano chiaramente definiti ruoli e responsabilità nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona;  

C. Sostegno fattivo alle iniziative orientate a progettare, sperimentare e costruire nuove piattaforme e ambienti mediatici, in modo da favorire l’infodiversità nell’ecosistema digitale e aumentare le probabilità che emergano soluzioni adatte a favorire condizioni di vita online più rispettose dei diritti umani e del valore della conoscenza di qualità".  

"Se valutate positivamente - conclude il gruppo di lavoro - queste ipotesi strategiche richiederanno l’adozione di misure organizzative destinate alla loro implementazione. La Commissione europea, in ogni caso, sembra muoversi in questa prospettiva strategica”. 

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(16 febbraio 2021)