Ricongiungimenti familiari e impiego illegale

La conferenza congiunta OECD-EMN fa il punto su due temi chiave per l’integrazione

Si è tenuta il 9 novembre 2017 a Bruxelles la conferenza congiunta OECD-EMN dedicata a due temi: il primo è quello della migrazione per motivi familiari, il secondo è quello dell'impiego illegale di cittadini di Paesi terzi.

Nella prima sessione è stato dato spazio alle sfide e alle buone pratiche in tema di migrazioni e famiglie: sono stati presentati i risultati principali del l'EMN synthesis report on family reunification of third-country nationals in the EU plus Norway. Nella seconda sessione sono stati presentati i risultati dell'EMN Report on Illegal employment of third-country nationals in the EU: challenges and solutions.

Leggi il Report EMN sui ricongiungimenti familiari dei cittadini di Paesi terzi

Leggi il Report EMN sull'impiego illegale dei cittadini di Paesi terzi


Migrazione per motivi familiari

L'incidenza media dei permessi per ricongiungimento familiare nell'UE è pari al 30% e ai primi posti per numero di ricongiungimenti ci sono la Germania, l'Italia, la Spagna e la Francia. In questo ambito i Paesi UE mostrano un ventaglio di misure che spazia dai servizi pre-partenza (es. educazione linguistica e civica) all'accesso al mercato del lavoro, al welfare, al sistema educativo e ai vocational training.

Nell'area OCSE complessivamente considerata, più del 40% delle migrazioni di carattere permanente hanno alla loro base un motivo familiare; in Italia questa incidenza è pari al 50%, in Belgio al 67% e in Francia al 62%.

È stato posto l'accento sulla necessità di sviluppare misure attive di integrazione socio-lavorativa, di collegare efficacemente il ricongiungimento con il lavoro, anche attraverso la profilazione delle competenze.

Inoltre, la cosiddetta crisi dei rifugiati induce a prevedere, nell'immediato futuro, nuovi e consistenti flussi migratori per ricongiungimento familiare.

Tra le sfide evidenziate in alcuni studi di caso vi sono: quella relativa alle prove dello status (es. dimostrare il rapporto di convivenza) e più in generale alla mancanza di documenti che attestano i legami familiari; quella relativa all'isolamento delle famiglie, che può essere contrastato attraverso attività quali il mentoring, l'organizzazione di eventi dedicati, la costruzione di one stop shop e attraverso la qualificazione della scuola come punto di contatto; quella dell'apprendimento della lingua di arrivo e dei relativi livelli di competenza/certificazione.

Tra le buone pratiche discusse, emergono in termini di efficacia i servizi pre-partenza (come la formazione linguistica, civica, sul mercato del lavoro, sui rapporti con la pubblica amministrazione), che incidono favorevolmente sulla durata complessiva del processo di integrazione nel paese di arrivo; l'orientamento ai servizi e la costruzione di programmi per l'integrazione che favoriscano la partecipazione delle madri con figli piccoli (ad esempio, programmi che prevedano attività part time, a distanza o la partecipazione congiunta di madre e figli); l'importanza dell'accesso illimitato al mercato del lavoro per i familiari ricongiunti, anche per favorire l'attrazione dei talenti; l'offerta di corsi gratuiti di apprendimento della lingua di arrivo.

L'età del cittadino migrante, il suo livello di istruzione e la durata del suo soggiorno sono stati infine indicati come fattori caratterizzati da forte capacità predittiva rispetto agli esiti del processo di integrazione.


Impiego illegale

La seconda parte del convegno ha riguardato il tema dell’impiego illegale di cittadini migranti nei diversi stati europei. Il fenomeno risulta essere strettamente connesso all’economia sommersa e ha una dimensione variabile nei diversi Paesi, arrivando, in alcuni casi, a toccare valori prossimi al 30% del PIL. La lotta all’impiego illegale di migranti deve pertanto costituire una priorità per le istituzioni e si auspica una maggiore cooperazione internazionale in materia.

 

Sono stati presentati i risultati del report EMN Illegal Employment of Third-Country Nationals in the EU, il cui scopo è stato quello di redigere una mappa comparativa delle misure adottate nei diversi Stati al fine di contrastare i fenomeni dell’immigrazione irregolare e dell’impiego illegale dei migranti, soprattutto relativamente ai settori in cui questo è particolarmente diffuso ovvero l’agricoltura, l’edilizia, il settore manifatturiero e quello turistico-recettivo. Le istituzioni coinvolte nel contrasto all’economia sommersa e al lavoro irregolare di cittadini non comunitari sono gli Ispettorati del Lavoro, la Polizia di Frontiera e tutte le diverse Authority che si occupano di immigrazione nei diversi Paesi; le misure colpiscono sia i datori di lavoro che i lavoratori impiegati in modo illegale e si sostanziano in: multe, confische di beni, esclusione dagli appalti pubblici, chiusura temporanea, revoca della licenza per le imprese.

 

Sia la dimensione del fenomeno, sia le misure per il contrasto dello stesso, pongono i Paesi e le istituzioni convolti di fronte a numerose sfide, innanzi tutto in relazione alla difficoltà di far emergere le situazioni di irregolarità, essendo talvolta queste connesse anche con la criminalità organizzata e con il traffico di esseri umani. Inoltre è spesso difficile, per i cittadini non comunitari, trovare un impiego legale, anche a causa delle difficoltà nel reperimento delle informazioni utili e delle barriere linguistiche.

 

Si è evidenziata la necessità di intervenire con una politica repressiva e di elaborare strumenti normativi volti a favorire l’emersione del fenomeno. L’introduzione della Direttiva n. 2009/52 e la sua applicazione nei diversi Stati Membri hanno peraltro favorito un avvicinamento tra i diversi sistemi normativi.

 

I problemi maggiori riguardano l’emersione del fenomeno in quanto, nella maggioranza di casi, gli stranieri coinvolti sono vittime di sfruttamento e non conoscono i loro diritti, pertanto è difficile che denuncino situazioni di irregolarità. L’introduzione di sanzioni severe costituisce indubbiamente un deterrente per le imprese ma, spesso, l’impiego irregolare di stranieri risulta comunque vantaggioso in termini di rapporto costi-benefici. Si auspica dunque una maggiore cooperazione con le organizzazioni non governative e del terzo settore e un’implementazione dei servizi informativi e di tutela legale gratuita.

Si è anche sottolineata l’importanza di  costituire una banca dati, comune a livello europeo, relativa alle condizioni di lavoro dei cittadini stranieri nei diversi Stati Membri e in particolare riguardo a infortuni e decessi sul lavoro. Dall’esperienza di alcuni Paesi, in particolare Australia, U.S.A. e Nuova Zelanda, emerge inoltre come l’istituzione di piattaforme online di verifica dei requisiti per il soggiorno favorisca un maggior controllo su eventuali irregolarità.



(17 novembre 2017 - ultimo aggiornamento: 30 novembre 2017)