Abitazione

 
L’abitazione rappresenta luogo e bene primario, nonché condizione necessaria, per lo svolgimento di un’esistenza libera e dignitosa per sé e per la famiglia di ciascun individuo. Non è un caso infatti che la disponibilità di un’abitazione sia uno dei requisiti previsti perché un cittadino straniero in Italia possa ottenere il permesso di soggiorno, un lavoro o richiedere il ricongiungimento familiare (articoli 5-bis, 7, 9, 22, 23, 26, 29 del Testo Unico sull’immigrazione).
La Costituzione Italiana tutela il diritto all’abitazione in via indiretta, stabilendo che il domicilio è inviolabile (articolo 14) e che l’accesso all’abitazione deve essere agevolato anche mediante il ricorso a provvidenze sociali (articolo 47, comma 2 e 31). Il diritto all’abitazione per gli stranieri si conforma, in base all’articolo 10, comma 2, della Costituzione alle norme e i trattati internazionali, tra cui si segnalano l’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (New York, 1966) che prevede il diritto di ognuno ad un livello di vita degno che comprende il diritto ad un’abitazione, e l’articolo 6, lettera a, della Convenzione ILO n. 97, il quale impone agli Stati membri di adottare, nell’applicazione di misure legislative che disciplinano l’accesso all’abitazione, un trattamento non meno favorevole rispetto ai propri cittadini.
La Corte Costituzionale ha avuto modo di precisare che il diritto all’abitazione si configura come:
«fondamentale diritto sociale (sentenza n. 217 del 1988), riscontrabile nell'art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (New York, 10 dicembre 1948) e nell'art. 11 del Patto internazionale dei diritti economici sociali e culturali(…). Questa Corte ha già altra volta riconosciuto "indubbiamente doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione", e ha individuato in tale dovere, cui corrisponde il diritto sociale all'abitazione, collocabile tra i diritti inviolabili dell'uomo di cui all'art. 2 della Costituzione, un connotato della forma costituzionale di Stato sociale (cfr. sentenze n. 404 del 1988 e n. 49 del 1987).»
La Corte Costituzionale ha comunque anche evidenziato che «il diritto all’abitazione tende ad essere realizzato in proporzione alle risorse della collettività » (sentenza n. 252 del 1989)
La disciplina specifica in materia di accesso all’abitazione, contenuta nell’articolo 40 del Testo Unico sull’Immigrazione, assicura che anche lo straniero regolarmente soggiornante, a parità con i cittadini italiani, possa accedere all’abitazione senza discriminazioni (articolo 43, comma 2, lettera c, del Testo Unico).
Gli stranieri titolari di permesso di soggiorno UE e gli stranieri regolarmente soggiornanti in possesso di permesso di soggiorno almeno biennale e che esercitano una regolare attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica e ai servizi di intermediazione delle agenzie sociali eventualmente predisposte da ogni Regione o dagli enti locali per agevolare l’accesso alle locazioni abitative e al credito agevolato in materia di edilizia, recupero, acquisto e locazione della prima casa di abitazione.
Più recenti provvedimenti normativi hanno tuttavia previsto requisiti ulteriori per l’accesso all’alloggio che si aggiungono a quelli già previsti dall’articolo 40, comma 6, del Testo unico.
In particolare, il piano nazionale di edilizia abitativa introdotto con il cosiddetto “piano casa”, di cui all’articolo 11 del decreto-legge del 25 luglio 2008, n. 112, convertito con legge 6 agosto 2008, n. 133, ha previsto l’incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo attraverso l’offerta di abitazioni di edilizia residenziale destinate prioritariamente a prima casa per varie categorie di soggetti, tra cui gli immigrati regolari a basso reddito, residenti da almeno dieci anni nel territorio nazionale, ovvero da almeno cinque anni nella medesima Regione (articolo 11, paragrafo 13).
Analogamente detta legge prevede che nell’ambito del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, i requisiti minimi necessari per beneficiare dei contributi integrativi per gli immigrati prevedono il possesso del certificato storico di residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale, ovvero da almeno cinque anni nella medesima Regione.
Stante la competenza dello Stato in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni assistenziali, come l’accesso all’abitazione, le Regioni possono adottare politiche sociali, in proporzione alle risorse disponibili, tenendo in considerazione ulteriori requisiti collegati al livello di radicamento territoriale dello straniero all’interno del territorio di sua competenza, purché questi non siano manifestamente non irragionevoli. Come ha ribadito la Corte costituzionale:
«il requisito della residenza continuativa, ai fini dell’assegnazione, risulta non irragionevole (sentenza n. 432 del 2005) quando si pone in coerenza con le finalità che il legislatore intende perseguire (ordinanza n. 32 del 2008), (…) In effetti, le politiche sociali delle Regioni legate al soddisfacimento dei bisogni abitativi ben possono prendere in considerazione un radicamento territoriale ulteriore rispetto alla sola residenza, purché contenuto entro limiti non palesemente arbitrari ed irragionevoli. L’accesso a un bene di primaria importanza e a godimento tendenzialmente duraturo, come l’abitazione, per un verso si colloca a conclusione del percorso di integrazione della persona presso la comunità locale e, per altro verso, può richiedere garanzie di stabilità (…).»
 
L’articolo 21 della Convenzione sullo status di rifugiato (Ginevra, 1951) prevede che lo Stato debba garantire ai rifugiati il trattamento più favorevole possibile in materia di accesso all’abitazione, e comunque in condizioni di parità rispetto a quello accordato ai cittadini. Lo stesso è previsto, in ambito dell’Unione Europea, dall’articolo 24 della Direttiva 2004/38/CE. Di conseguenza anche i rifugiati hanno diritto di accedere, in condizioni di parità con i cittadini italiani, agli alloggi di edilizia residenziale pubblica e ai servizi di intermediazione delle agenzie sociali eventualmente predisposte da ogni Regione o dagli enti locali per agevolare l’accesso alle locazioni abitative e al credito agevolato in materia di edilizia, recupero, acquisto e locazione della prima casa di abitazione (articolo 29, comma 3, del DLgs 251/2007).
Per i richiedenti asilo sono previste apposite sistemazioni alloggiative temporanee per il periodo di esame delle domande di protezione internazionale.
Le norme in materia di accoglienza dei richiedenti asilo sono contenute nel decreto legislativo 140/05 di attuazione della Direttiva 2003/9/CE che stabilisce norme minime relative all’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri. La direttiva è stata modificata dalla direttiva 2013/33/UE che dev’essere ancora trasposta nell’ordinamento italiano. Il DLgs 140/05 deve essere letto congiuntamente al decreto Qualifiche n. 251/2007 e al Decreto Procedure n. 25/2008.
 
Inoltre, il richiedente asilo che sia privo di mezzi sufficienti a garantire una qualità di vita adeguata per la salute e per il sostentamento proprio e dei propri familiari può essere accolto all’interno di 3 strutture:
 
·        Nei Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA). Il questore dispone l’invio del richiedente in un CARA, se ricorrono le specifiche ipotesi di accoglienza di cui all’art. 20 del DLgs 25/2008, ovvero quando è necessario verificare o determinare la nazionalità e l’identità, quando il richiedente non sia provvisto di documenti di viaggio o di identità, ovvero abbia presentato documenti risultati falsi o contraffatti; quando il richiedente ha presentato la domanda dopo essere stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo di frontiera o subito dopo; quando il richiedente asilo ha presentato la domanda dopo essere stato fermato in condizioni di soggiorno irregolare. Il richiedente asilo può essere ospitato per il tempo strettamente necessario agli adempimenti e in ogni caso per un periodo non superiore a 20 giorni. In pendenza di esame della domanda di protezione internazionale da parte della Commissione territoriale, il richiedente asilo può essere ospitato per un periodo non superiore a 35 giorni.
 
·         Solo quando sussiste la condizione di cui all’articolo 1, paragrafo F, della Convenzione sullo status di rifugiato, comunque per un periodo limitato, nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), ovvero se la persona:
 
o   ha commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un crimine contro l’umanità,
o    se ha commesso un crimine grave prima di essere accolto come rifugiato,
o    se ha commesso atti contrari agli scopi e ai principi delle Nazioni Unite;
oppure quando lo straniero è stato condannato in Italia per alcuni gravi reati (in particolare quelli indicati dall’articolo 380, commi 1 e 2, del codice di procedura penale, ovvero per reati inerenti agli stupefacenti, alla libertà sessuale, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina verso l’Italia e dell’emigrazione clandestina dall’Italia verso altri Stati, o per reati diretti al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite) di cui all’articolo 21 del DLgs 25/2008.
·        Nei Centri di accoglienza appartenenti al Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) che sono gestiti in base ad una convenzione tra il Ministero dell’Interno ed l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI). Quando la Questura non ha riscontrato i presupposti per l’accoglienza nel CARA o il trattenimento nel CIE - ed il richiedente asilo chieda di essere ospitato in una struttura di accoglienza poiché indigente - la Prefettura cerca un posto disponibile in accoglienza nello SPRAR.
Attenzione: Queste sistemazioni abitative temporanee non devono essere confuse con i centri di prima assistenza per il soccorso degli immigrati irregolari (CPSA) che sono strutture allestite nei luoghi di maggiore sbarco, dove gli stranieri vengono accolti e ricevono le prime cure mediche, vengono foto segnalati, viene accertata l’eventuale intenzione di richiedere protezione internazionale e vengono smistati verso altri centri.
I centri di prima assistenza attualmente operativi sono:
o    Agrigento, Lampedusa – (Centro di primo soccorso e accoglienza)
o    Cagliari, Elmas – (Centro di primo soccorso e accoglienza, con funzioni di CARA)
o    Lecce - Otranto (Centro di primissima accoglienza)
o    Ragusa, Pozzallo (Centro di primo soccorso e accoglienza)
Per approfondimento visita la pagina dedicata ai centri dell’immigrazione a cura del Ministero dell’Interno.
 

 
 
Per maggiori chiarimenti sono disponibili risposte ai quesiti più frequenti nelle seguenti lingue:
 
 
 
 
Vai alla pagina relativa al ricongiungimento familiare.