
“Mentre il Paese affronta pressioni demografiche e l’evoluzione della domanda nel mercato del lavoro, politiche di integrazione efficaci saranno cruciali per garantire una crescita sostenibile e una società equa”. Sono le conclusioni a cui giunge l’OCSE nel rapporto Stato dell’integrazione dei migranti - Italia realizzato con il supporto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che viene presentato oggi a Roma nel corso dell’evento “Migrazioni, lavoro e integrazione in Italia”.
I migranti, evidenzia l'OCSE, contribuiscono in maniera significativa alla forza lavoro. I nuovi arrivati sono sempre più istruiti e i figli degli immigrati mostrano risultati incoraggianti nel campo dell’istruzione. Anche i migranti umanitari mostrano un forte legame con il mercato del lavoro nel tempo. L'altro lato della medaglia è rappresentato dalla concentrazione in lavori a bassa qualifica e da livelli di educazione e formazione degli adulti limitati, con ritorni all’istruzione bassi. Elevati livelli di povertà e sovraffollamento abitativo tra i nati all’estero sottolineano la necessità di politiche sociali più inclusive.
Il rapporto è disponibile in lingua italiana e in lingua inglese su Integrazionemigranti.gov.it e sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Di seguito, una sintesi delle principali evidenze:
• L’Italia ospita una delle più numerose popolazioni immigrate dell’UE in termini assoluti, sebbene la crescita recente sia stata contenuta. Pur contando 6,4 milioni di immigrati, pari al 10% della popolazione, tale quota è aumentata solo del 13% nell’ultimo decennio, molto meno che in Germania, Spagna o Francia. La migrazione per motivi familiari ha rappresentato circa la metà degli ingressi permanenti tra il 2013 e il 2023, una quota superiore a quella osservata in tutti gli altri Paesi di confronto.
• Gli immigrati sono in larga maggioranza in età lavorativa, contribuendo a compensare il declino della popolazione in età lavorativa in Italia. Nove immigrati su dieci hanno un’età compresa tra i 15 e i 64 anni, a fronte di appena il 60% della popolazione nata in Italia. Meno del 40% degli immigrati risiede in aree ad alta densità abitativa.
• I risultati in termini di integrazione nel mercato del lavoro sono eterogenei: a fronte di tassi di occupazione relativamente elevati, i rendimenti dell’istruzione sono limitati e le competenze risultano ampiamente sottoutilizzate, soprattutto tra le donne. Un immigrato su quattro svolge un lavoro a più bassa qualificazione rispetto a quello esercitato prima della migrazione. Tra i migranti non UE con titolo di studio elevato, il tasso di occupazione è pari al 69%, nettamente inferiore a quello osservato nei principali Paesi OCSE europei.
• I bassi livelli di istruzione e formazione limitano la mobilità economica, nonostante il miglioramento del profilo educativo dei nuovi arrivati. Circa il 50% degli immigrati nati fuori dall’UE in Italia non ha completato un livello di istruzione superiore alla secondaria inferiore, una delle quote più elevate nell’OCSE. Sebbene il livello di istruzione dei nuovi arrivati sia migliorato sensibilmente nell’ultimo decennio, i percorsi di sviluppo delle competenze e di aggiornamento professionale sono limitati e pochi immigrati intraprendono percorsi di istruzione formale dopo l’arrivo.
• Elevati livelli di povertà, sovraffollamento abitativo e bassi tassi di acquisizione della cittadinanza riflettono persistenti barriere strutturali all’integrazione sociale. Un immigrato su tre in Italia vive in condizioni di povertà. La povertà lavorativa è tra le più elevate nell’OCSE (22%): sebbene gli immigrati rappresentino il 15% degli occupati, essi costituiscono il 31% delle persone in condizione di povertà pur lavorando. I costi abitativi appaiono moderati, ma ciò riflette un diffuso sovraffollamento e condizioni abitative spesso inadeguate. L’acquisizione della cittadinanza rimane difficile e solo il 40% degli immigrati con almeno dieci anni di residenza ha ottenuto la cittadinanza italiana.
• I figli di immigrati mostrano risultati educativi incoraggianti, ma permangono criticità in termini di inclusione sociale e integrazione nel mercato del lavoro. La partecipazione all’educazione della prima infanzia dei bambini con madri immigrate è superiore a quella dei bambini con madri nate in Italia, un andamento poco comune nei Paesi OCSE. All’età di 15 anni, i figli nati in Italia da genitori immigrati mostrano buone competenze di lettura, con uno dei divari di apprendimento più contenuti rispetto ai coetanei con genitori nati in Italia. Tuttavia, una quota significativa riferisce sentimenti di esclusione sociale a scuola e la differenziazione dei percorsi scolastici precoce può indirizzarli in modo sproporzionato verso traiettorie educative meno promettenti. I giovani con genitori immigrati registrano esiti occupazionali deboli: solo il 54% è occupato e i livelli di inattività sono elevati.
• I migranti per motivi umanitari in Italia conseguono nel tempo risultati relativamente positivi nel mercato del lavoro, ma barriere sistemiche nelle fasi di accoglienza e di integrazione iniziale ne limitano il potenziale. Dopo cinque anni di permanenza nel Paese, i tassi di occupazione dei migranti umanitari superano quelli dei migranti per motivi familiari e persino quelli dei nati in Italia. Tuttavia, l’accesso alla formazione linguistica e l’ingresso precoce nel mercato del lavoro sono ostacolati dalla capacità limitata dei centri di accoglienza e dai ritardi procedurali. Nonostante il sostegno formale sia minimo, le competenze linguistiche migliorano sensibilmente entro cinque anni dall’arrivo. Tali risultati probabilmente riflettono sia l’autonomia individuale sia la necessità economica, alla luce del limitato sistema di servizi per i richiedenti asilo in Italia. Resta tuttavia motivo di preoccupazione il ricorso a strutture di accoglienza emergenziali e a insediamenti informali, con possibili implicazioni negative per l’integrazione di lungo periodo e per la coesione sociale.